Chiesa Madre Gangi

Chiesa Madre di Gangi


di Fabrizio Donato

 

Sulla Chiesa Madre di Gangi, intitolata a San Nicolò vescovo di Mira – meglio noto come San Nicolò di Bari –, gli storici locali si sono spesi in varie e articolate ricostruzioni che la documentazione d’archivio e le deduzioni logiche non rendono più credibili.

Secondo la storiografia locale, infatti, la Chiesa Madre si sarebbe sviluppata nel XVI secolo da un inesistente Oratorio di San Sebastiano che avrebbe in origine occupato l’attuale navata settentrionale dell’edificio, mutando successivamente il titolo da Parrocchia “di San Sebastiano” in quello “di San Nicolò di Bari”.

Notizie, queste, che hanno distorto la storia dell’edificio e non trovano oggi alcun riscontro nella documentazione d’archivio, la quale, al contrario, dimostra che la matrice venne intitolata a San Nicolò di Bari fin dall’origine, nascendo come unica parrocchia e Chiesa Madre del borgo in epoca normanna, contemporaneamente all’edificazione della stessa cittadina, come dimostrerebbe l’intitolazione della chiesa al Santo vescovo (il cui culto venne veicolato dalle genti al seguito dei nuovi conquistatori) e la cointitolazione alla Vergine Maria “Assunta” (considerata dai Normanni patrona e protettrice). 

Inoltre, secondo la documentazione oggi disponibile, già nel 1429 la nostra chiesa, sorta nel sito più privilegiato del borgo – la piazza cittadina quale cuore della comunità e sede del potere civico rappresentato dalla torre che da lì a qualche tempo sarebbe divenuta campanile, “pinnaculum”, del tempio – veniva indicata come “ecclesie sancti Nicolai maiori ecclesie di terre”.

L’impianto originario della chiesa era chiaramente di dimensioni più ridotte rispetto alle attuali e probabilmente era costituito da una sola navata, più corta e più stretta di quella odierna, intercettata da un transetto trasversale, mentre il cappellone e le cappelle erano dotate di absidi circolari.

Esternamente la chiesa doveva mostrare il classico prospetto a capanna, col tetto a due falde sorretto da capriate lignee.

Nell’ambito dei rinnovamenti dettati dal Concilio di Trento (1545-1563), sull’edificio furono realizzati numerosi interventi, che si svilupparono tra il XVII e il XVIII secolo.

In occasione di questi lavori la Chiesa Madre assunse l’impianto basilicale a tre navate con una pianta a croce latina, subendo un allargamento verso la piazza e un allungamento lungo l’asse longitudinale che la portò a inglobare la vecchia torre civica; risale forse a questo periodo anche la realizzazione della cupola, che risulta già comunque documentata all’inizio degli anni ’80 del ‘600.

Nel corso dei successivi decenni del Settecento, la Chiesa Madre fu oggetto di continui rinnovamenti architettonici, in gran parte sotto la direzione dell’architetto gangitano Gandolfo Felice Bongiorno: nel 1736-1737 venne riconfigurato il coro con un apparato in stucco (oggi non più esistente); nel 1738-1740 si mise mano al nuovo organo affidato al palermitano Michele Andronico; dal 1748 al 1750 si realizzò la nuova sagrestia, sopra il nuovo bastione dietro il transetto destro; nel 1758 venne affrescato l’oratorio del SS.Sacramento e dei Cappuccinelli dal pittore palermitano Crispino Riggio; dal 1773 al 1779 si registrano nuovi interventi, che portarono a più riprese a rifare la cupola, affidata a mastro Francesco Lo Cascio, a mastro Nunzio Pirrone da Tusa e al gangitano Mariano Castello, sotto la direzione di Gandolfo Felice Bongiorno.

L’ultimo decennio del Settecento vide inoltre la definizione architettonica dell’area presbiteriale, attraverso la realizzazione della gradinata a due rampe e della balaustra in marmo da parte del marmoraro catanese Lorenzo Viola, il quale sarebbe morto a Gangi e sarebbe stato sepolto proprio in Chiesa Madre.

In quegli stessi anni, anche all’esterno l’edificio fu oggetto di ulteriori cambiamenti: nel 1793-1795 venne completato il secondo vano della nuova sagrestia e venne chiusa l’antica pinnata con la realizzazione di un nuovo dammuso (un corpo di fabbrica voltato) dietro il Battistero, l’odierna sede dell’Archivio Storico Comunale.

Altri interventi interessarono la Chiesa Madre di Gangi nel corso dell’Ottocento e, in ultimo, nel terzo decennio del Novecento, quando la vecchia cupola settecentesca maiolicata venne sostituita – per ragioni statiche – dall’attuale cupola rivestita in lamine di piombo e rame.         

Nell’ambito dei lavori che in un secolo – precisamente tra il 1618 e il 1730 – cambiarono il volto della matrice di Gangi, va inserita anche la realizzazione del portale “cieco”, impropriamente detto “di San Sebastiano”, di cui fu autore (secondo il contratto d’opera datato 27 settembre 1654) il “Magister Lucas Morina oriundus Terre Militelli et habitator Civitatis Nicoxie”, intagliatore lapideo che in quello stesso torno di tempo realizzò diversi altri lavori a Gangi.

E’ probabile che la piccola edicola marmorea – e con essa il culto di san Sebastiano – abbia avuto origine dopo la grave epidemia di peste che nel 1422 sconvolse gran parte della Sicilia e che la gente del posto - a ricordo dello scampato pericolo e a seguito dell’invocazione del Santo che, ancora in età tardo medievale, era il principale protettore contro la peste – abbia voluto rendere omaggio al Santo dedicandogli un’edicola sacra nel luogo più in vista e più importante del borgo, cioè la facciata della Chiesa Madre volgente sulla piazza cittadina.

All’interno della chiesa è possibile ammirare diverse opere d’arte – pitture e sculture – i cui autori possono essere individuati in due grandi esponenti del panorama artistico siciliano di origine gangitana, quali Giuseppe Salerno e Filippo Quattrocchi.

Al primo va attribuita la notissima tela, posta nel cappellone, raffigurante Il Giudizio Universale - probabilmente commissionata dopo lo scoppio della peste del 1624, a perenne monito alla popolazione per il pericolo scampato – il cui tema, estremamente complesso e ricco di riferimenti ai testi sacri, ha come modello sia l’omonima opera di Michelangelo sia il vasto repertorio tipico del manierismo meridionale cui il pittore fu particolarmente legato.

L’opera si sviluppa con registri orizzontali nella metà in alto e verticali in quella in basso, raccordati da un registro mediano che unisce le regioni inferiori a quella superiore, in una raffigurazione dinamica di personaggi (Santi e Beati che circondano il Cristo seduto sul trono della gloria, eletti destinati alla vita eterna circondati dagli angeli e reprobi condannati al fuoco inestinguibile straziati da demoni malvagi e crudeli) ma sempre all’interno di uno schema compositivo rigoroso e perfettamente simmetrico.

Degne di nota sono anche le opere del gangitano Filippo Quattrocchi - uno dei più interessanti maestri della scultura lignea di carattere sacro del Settecento siciliano -, fra le quali bisogna evidenziare: gli stalli del coro ligneo posto nell’ampio cappellone; parti della statua di Sant’Antonio da Padova (mani e piedi del Santo e Bambino Gesù); la piccola statua in legno policromo raffigurante San Luigi Gonzaga; i due gruppi lignei che riproducono rispettivamente San Gaetano di Thiene e Sant’Eligio, entrambi con un puttino ai piedi.

Sul secondo altare della navata sinistra, possiamo ammirare il dipinto “Maria libera anime purganti”, di autore ignoto, risalente alla prima metà del Settecento, che propone un tema assai caro alla pietas popolare quale è quello delle anime del Purgatorio e che si caratterizza anche per una particolarità di assoluto interesse per la storia di Gangi, cioè la raffigurazione paesaggistica, nell’angolo in basso a destra, dell’abitato della cittadina madonita nel primo trentennio del XVIII secolo.

Un fascino assolutamente particolare esercita sul visitatore la Cripta contenente le mummie di alcuni sacerdoti, comunemente detta "’a fossa di parrini", dove si trovano le spoglie di un centinaio di preti ed arcipreti che hanno svolto le loro funzioni religiose a Gangi tra il 1735 ed il 1872 circa; i corpi, molti perfettamente conservati, sono simili a quelli esposti nelle Catacombe del convento dei Frati Cappuccini a Palermo.