Chiesa Madre Gangi

Giudizio Universale - Lettura dell'opera


Giuseppe Salerno (Gangi 1170 - 1633)
- Giudizio Universale (1629).
(Olio su tela, cm 500 x 400)
Gangi, Chiesa Madre
 

Il Giudizio Universale è sicuramente l’opera più nota tra quelle eseguite dal Salerno e senz’altro la più complessa e impegnativa.

Committente dell’opera fu il sacerdote Giuseppe Puccio, parroco cella Chiesa Madre dal 1624 al 1638.

Il Salerno lavorò alla grande tela nel 1629, in piena maturità artistica.

Egli si trova impegnato a tradurre in pitture una elaborazione teologica sul tema del Giudizio Universale estremamente complessa e dotta, con riferimenti testuali alle Sacre Scritture, concepita specificamente per l’occasione.

Aspetto quest’ultimo, che dispensa dalla ricerca di un unico modello di riferimento iconografico, quale è stato considerato in passato il Giudizio di Michelangelo, laddove invece il Salerno deve aver fatto ricorso ad una molteplicità di spunti, adeguandoli alle sue esigenze espressive.

Dal putto di vista strettamente figurativo, l’opera raccoglie in sintesi i principali aspetti del manierismo meridionale di fine Cinquecento.

La composizione, è concepita come una variante dalla tradizionale pala sui due registri, inferiore e superiore, raccordati da piano intermedi, secondo uno schema più avanzato e messe in opera anche da Pietro D’Asaro.

Per altri versi l’affollarsi dei Santi e Beati dai tratti del volto minutamente delineati, colti in pose dinamiche le più svariate, ma sempre all’interno di uno schema composito rigoroso e tradizionale, piramidale e simmetrico, discendente dalla Disputa del Sacramento di Raffaello in Vaticano, svela il nesso con la culture tosco-romana

di Vasari e di Federico Zuccari,

Risultano adeguate ad una simile impostazione anche le citazioni dal Giudizio di Michelangelo, quali la pelle con impresso un volto umano, che la tradizione locale identifica con l'autoritratto del Salerno, e il gruppo dei dannati sella barcaccia e nella bocca del mostro.

I1 riferimento più estemporaneo per quest’ultimo va, in altro contesto tematico, nella direzione del fiammingo Paolo Bril, autore nel 1588 circa dell’affresco per la Scala Santa raffigurante Giona e la balena.

Di derivazione iconografica interamente nordica risulta la manifesta crudezza e verità della rappresentazione dell’Inferno, riferibile a Bruegel e Dürer, e anche la sequenza all’infinito dei volti e delle teste dei Santi e dei Beati divisa in due schiere alla spalle della Madonna e di San Giovanni, che richiama, per esempio, la analoga soluzione adottata nella pala del Rosario nella vicina Isnello, attribuita al Wobrek con la datazione post 1571.